Manuela Basso, Professoressa associata in Biologia Applicata, Dipartimento di Biologia Cellulare, Computazionale e Integrata, Università di Trento. Dal 2018 coordinatrice della laurea magistrale in Biotecnologie Cellulari e Molecolari e dal 2021 Professore Associato in Biologia Applicata.
Ho passato moltissime ore della mia vita in laboratorio. Altrettante a pensare a come programmare il lavoro mio e delle mie collaboratrici e collaboratori, a come ottenere abbastanza finanziamenti per continuare la ricerca scientifica, pagare gli stipendi delle persone che lavorano con me, interpretare risultati e programmare nuovi esperimenti, discutere con collaboratori e collaboratrici in giro per tutto il mondo.
Questa è la mia vita, o almeno è una parte molto rilevante.
Ho iniziato ad occuparmi di malattie neurodegenerative, queste malattie insolenti e dolorose, dalla tesi di laurea nel lontano 2000. Allora vivevo in Piemonte e la tesi la svolsi vicino a casa, nel Bioindustry Park del Canavese. Proseguii con gli studi di dottorato presso l’Istituto Mario Negri, e lì imparai cos’è la SLA.
Il cervello, con la sua struttura complessa e misteriosa, svolge un ruolo fondamentale nel nostro organismo, consentendoci di interpretare e interagire con il mondo che ci circonda. Questo organo cruciale regola i nostri pensieri, le azioni e le funzioni vitali, influenzando la nostra capacità di apprezzare esperienze come una passeggiata in montagna, un dolce squisito o un gesto di affetto.
Costituito da una varietà di cellule, tra cui i ben noti neuroni, il cervello si dimostra estremamente complesso. La perdita di neuroni, un fenomeno che può compromettere la nostra abilità in certe azioni, varia nelle sue conseguenze a seconda dell’area coinvolta.
Se a morire sono i neuroni che si trovano nel midollo spinale, chiamati anche motoneuroni, non arrivano più i segnali che ci permettono di usare i muscoli e non riusciamo più a muovere, ad esempio, braccia o gambe e possono insorgere malattie come la Sclerosi Laterale Amiotrofica
La morte dei neuroni, intendiamoci, è del tutto fisiologica. Tant’è che invecchiando si diventa un pochino più lenti nei movimenti e magari anche nei pensieri. I circuiti cerebrali tollerano perdite di neuroni, quando questi eventi sono sporadici o puntuali.
Pensate ad un albero come l’acero. In estate è rigoglioso, pieno di foglie verdi. E questa è la nostra giovinezza. Col passare dei giorni (per noi stagioni), arriva l’autunno, nel quale le foglie cambiano colore. E poi nel tardo autunno le foglie iniziano a cadere, così come i neuroni iniziano a morire.
I neuroni malati accumulano difetti negli anni, cercano di riparare come possono e di contrastare la causa che porta questi difetti, ma ad un certo punto non sopportano più il danno e muoiono.
Nelle malattie neurodegenerative la morte di queste cellule ad un certo punto è continua e accelerata e la caduta delle foglie porta ad un albero spoglio.
La nostra sfida è riuscire a capire quando il danno inizia a provocare i primi cambiamenti nei neuroni, a correggerlo e aiutare i neuroni nella loro lotta alla sopravvivenza. Ma il cervello è ben protetto da barriere che impediscono a sostanze e organismi, che potrebbero danneggiarlo, di entrare al suo interno, come impediscono a noi di capire cosa stia accadendo. Non si possono fare biopsie, perché non è possibile prendere un pezzo di tessuto neuronale, e il suo mistero quindi resta tale, pur con l’avanzare della scienza e della ricerca. Molte cose sono state scoperte, molte restano ancora ignote. Questo mi ha sempre affascinato e ho colto la sfida.
Ero molto giovane quando l’ho colta, avevo 23 anni e tantissima energia e curiosità. Il laboratorio nel quale lavoravo non era esperto di Sclerosi Laterale Amiotrofica, che, vi dico, in realtà è molto difficile da studiare e comprendere a fondo dal punto di vista microscopico o molecolare.
Nella sua complessità molecolare la SLA è una malattia che non perdona e a cui non si trova cura. Non è semplice scrivere queste parole, perché a differenza di chi la malattia la vive tutti i giorni, chi ce l’ha, chi assiste, chi cura, io la SLA non la sento addosso. Non percepisco una difficoltà a muovermi, a deglutire, a respirare. Vedo raramente le persone affette dalla malattia. Non parlo spesso con loro, anche se so che sarebbero una risorsa per me.
Però la SLA la sento nella testa. Passo tanto tempo a pensarci. Penso a come migliorare i modelli che abbiamo in laboratorio per comprenderla meglio.
Fino a poco tempo fa passavo ore infinite in laboratorio nell’attesa che un risultato mi permettesse di capire qualcosa di nuovo, che un modello animale mi mostrasse se la terapia che avevo ipotizzato funzionare mostrasse veramente dei miglioramenti.
Ora ho molto meno tempo per stare al bancone con pipette, provette, cellule neuronali che crescono nei nostri incubatori e così, ogni volta che posso, mi confronto con le persone più brave di me, esperte in aspetti che non conosco bene e ragiono con loro sull’impatto delle osservazioni che facciamo in laboratorio.
Alle volte, quando i risultati non confermano quello che avevo ipotizzato, mi sento un po’ persa. Altre un po’ stanca. Però sta a me, a capo di un laboratorio, dare energia e trovare il lato interessante in ogni osservazione, per guidare nel modo migliore i giovani ricercatori che lavorano nel gruppo di ricerca.
Dovreste vederli! Alle volte entrano in ufficio emozionati, altre mi inviano i risultati sul telefono perché non possono aspettare la mattina seguente per mostrarmi che stiamo percorrendo la strada giusta. E questo mi emoziona, mi riempie di orgoglio e mi fa credere che ogni giorno, anche noi, con i nostri risultati, a piccoli passi, possiamo contribuire a sviluppare una terapia efficace per questa malattia.
A lavorare a questo progetto ci sono ragazzi e ragazze che nel pieno del loro entusiasmo giovanile passano le loro giornate con me in laboratorio. Ci sono collaboratori che incontri nel corridoio, in riunioni, per strada e ti aiutano a capire se la domanda che ti stai ponendo è quella corretta. Ci sono i clinici che accettano di provare ad assecondare la nostra visione. Ci sono le agenzie che ci offrono i finanziamenti e ai quali siamo estremamente grati. Ci sono i tecnici al CIBIO, gli amministrativi in Università che ci permettono di concretizzare le nostre idee. E infine ci sono i pazienti e le loro famiglie che ci incoraggiano, loro a noi…, e per i quali lavoriamo, per dar loro delle risposte.
Come tante parti di uno stesso corpo, tutti noi, ricercatori, tecnici, amministrativi, medici, operatori, soprattutto malati e familiari, ognuno ha un ruolo in questa avventura che è la ricerca e solo insieme possiamo sperare di ottenere un giorno il risultato che tutti aspettiamo.
Perché lo otterremo, lo so.