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SLA: nuove ricerche aprono alla possibile origine autoimmune della malattia


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Negli ultimi anni la ricerca sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) sta facendo passi importanti per comprendere meglio le cause di questa complessa malattia.
Fino a poco tempo fa si pensava che la SLA fosse dovuta principalmente a un malfunzionamento dei motoneuroni, le cellule nervose che controllano i movimenti dei muscoli. Oggi, però, sappiamo che la situazione è più complessa.

Come spiega la prof.ssa Manuela Basso, Professoressa associata in Biologia Applicata, Dipartimento di Biologia Cellulare, Computazionale e Integrata dell’Università di Trento,

“La SLA è una malattia neurodegenerativa, dove a morire principalmente sono i neuroni di moto che controllano i movimenti dei muscoli scheletrici.
Ma per curare la SLA non basta trovare strategie per salvare o preservare i motoneuroni. La malattia è infatti definita ‘non cellula autonoma’, cioè la causa della morte dei motoneuroni non è solo interna a queste cellule, ma dipende anche da quelle che le circondano — come la glia e le cellule immunitarie.”

In altre parole, non è solo il neurone a “soffrire”: anche l’ambiente che lo circonda — il sistema nervoso e il sistema immunitario — può contribuire alla degenerazione.

Una scoperta che fa discutere: la possibile risposta autoimmune

Un nuovo studio pubblicato di recente sulla rivista Nature ha portato nuove evidenze su questa ipotesi.
Il lavoro, condotto su una quarantina di pazienti, ha mostrato che alcune cellule del sistema immunitario possono attivarsi in modo anomalo contro una proteina chiamata C9orf72.

Questa proteina è legata alla forma genetica più comune di SLA: in alcuni pazienti, infatti, il gene che la produce presenta un’“espansione” anomala, e ciò sembra scatenare una reazione da parte del sistema immunitario.

“Le cellule immunitarie trovate nel midollo spinale — spiega la prof.ssa Basso — attivano una risposta autoimmune verso la proteina C9orf72.
Il sistema immunitario si comporta come se riconoscesse questa proteina come un nemico, innescando un’infiammazione attraverso il rilascio di molecole chiamate citochine. Si pensa che proprio questa risposta infiammatoria contribuisca alla progressione della malattia.”

In pratica, il corpo “attacca se stesso”, come avviene in altre malattie autoimmuni. Questo non significa che la SLA sia un disturbo autoimmune, ma che la componente immunitaria potrebbe avere un ruolo importante nel peggioramento dei sintomi e nella velocità di progressione.

Perché è una scoperta importante (ma da confermare)

Lo studio rappresenta un passo avanti molto significativo, perché per la prima volta individua una possibile reazione autoimmune diretta contro una proteina coinvolta nella SLA.
Tuttavia, come sottolinea ancora la prof.ssa Basso:

“I risultati sono interessanti, ma vanno interpretati con cautela.
L’analisi è stata condotta su un numero limitato di pazienti e i test immunitari sono stati fatti in laboratorio, non direttamente nei pazienti. Servono ulteriori studi su gruppi più ampi per confermare queste osservazioni.”

Gli scienziati, infatti, stanno già lavorando per capire se questi meccanismi siano presenti anche in altri tipi di SLA e se esistano differenze tra i pazienti con mutazioni genetiche e quelli con forme sporadiche.

Cosa dicono gli altri studi recenti

Altri gruppi di ricerca nel mondo stanno osservando risultati simili.
Ad esempio:

  • un team americano ha notato che alcuni linfociti dei pazienti SLA rilasciano quantità elevate di molecole infiammatorie, e che la loro presenza è associata a una progressione più rapida della malattia;
  • altri studi hanno evidenziato un ruolo anomalo delle cellule della microglia, che normalmente servono a “ripulire” il cervello ma che in alcuni casi diventano esse stesse fonte di infiammazione;
  • infine, è stato osservato che la proteina C9orf72 è importante anche per il corretto funzionamento del sistema immunitario, e la sua alterazione può contribuire a squilibri nella risposta difensiva dell’organismo.

Tutti questi elementi rafforzano l’idea che nella SLA il sistema immunitario non sia solo uno spettatore, ma possa avere un ruolo attivo nel favorire il danno ai motoneuroni.

Quali prospettive per il futuro

Questa nuova linea di ricerca apre scenari promettenti:

  • nuove possibilità terapeutiche, che mirano non solo ai neuroni ma anche al sistema immunitario, per ridurre l’infiammazione e rallentare la progressione della malattia;
  • nuovi marcatori biologici, utili per capire in anticipo se un paziente presenta una componente autoimmune e per personalizzare le cure;
  • una visione più integrata della SLA, dove cervello, sistema nervoso e sistema immunitario vengono studiati come un sistema unico e interconnesso.

Come conclude la prof.ssa Basso,

“Questo studio offre per la prima volta una finestra terapeutica nell’ambito della modulazione della risposta immunitaria. Ma richiede ancora molte conferme e ulteriori validazioni prima di poter essere applicato ai pazienti.”

È una scoperta che non cambia ancora la pratica clinica, ma cambia il modo di guardare alla SLA, aprendo nuove direzioni di indagine e di speranza per il futuro.

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Fonti principali:
Università di Trento – gruppo di ricerca della prof.ssa Manuela Basso
Nature (2025): Autoimmune responses to C9orf72 protein in ALS patients
STAT News, Bioengineer.org, Frontiers in Aging Neuroscience (2025)

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